Periodico di informazione delle Forze Armate, Forze di Polizia e Pubblico Impiego

  

 

Quarant’anni fa in questo Paese c’è stata una svolta rivoluzionaria. Nel 1981 una forza di polizia è stata smilitarizzata; la pubblica sicurezza da apparato militare diventa civile e quel comparto viene illuminato da luce nuova acquistando diritti fino ad allora impensabili. E’ stato un passaggio importantissimo, che ha aperto la strada ai diritti sindacali dei lavoratori degli apparati di sicurezza. Una scelta ed una trasformazione nevralgica, non solo per la sicurezza del Paese ma anche per l’esercizio dei fondamentali diritti dei lavoratori e dei cittadini, tutti. Ma non si è trattato di una rivoluzione voluta esclusivamente dai lavoratori di quel comparto; non è stato un passaggio ricercato solitariamente dai lavoratori della pubblica sicurezza; non è stata una svolta dettata dal corporativismo. Tutt’altro.Il movimentato passaggio, di natura rivoluzionaria, è stata fortemente voluto da tutto il Paese, da tutti i lavoratori, che hanno sentito l’urgente ed irrinunciabile bisogno di riscrivere il “contratto” tra apparati di sicurezza e società civile, anche ridisegnando i diritti di quei lavoratori, finalmente sentiti non “diversi”. Forse per il semplice principio, che oggi appare assai appannato, secondo il quale agire con la riforma della pubblica sicurezza voleva dire rafforzare e rinnovare uno dei più importanti beni costituzionalmente tutelati.

Quella riorganizzazione, che ha portato in dote la prima forma di sindacato tra le forze di polizia, proprio perché nata da un’esigenza generale, proprio perché sentita da tutta la società civile, portava in sé una chiara “connotazione genetica”: nasceva da una visione intrinsecamente confederale ed ambiva a delineare non solo nuovi diritti per alcuni lavoratori, ma anche a definire il diritto dei cittadini a vivere con trasparenza e partecipazione il loro rapporto con la sicurezza. Ed è così che, portando in seno il codice genetico di quella svolta, nasce il sindacato unitario di polizia, di natura convintamente ed assolutamente confederale.

Ma da quella epocale riforma inizia un percorso ad ostacoli: mentre si determinano nuove grandi aperture, nell’ombra la conservazione rema al contrario per impedire che quella nuova luce consenta a tutti di avere uno “sguardo all’interno” di spazi dove nessuno aveva mai potuto guardare, e dove a tutti era stato impedito di osservare. E’ stata continuamente agita una controriforma strisciante, mai palesata pubblicamente, ma sempre ostinatamente esercitata nell’ombra, difendendo una visione corporativa e chiusa alla società civile. Una visione cui si sono rapidamente avvicinate anche neonate organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori che, propagandando autonomia, non hanno fatto altro che tentare costantemente di tranciare i legami tra i lavoratori di polizia ed il resto della società.

Un nuovo mondo sindacale che ha difeso la rappresentanza corporativa, le rivendicazioni esclusive e la chiusura al “mondo esterno”. Anche per questo, per la necessità di ridare smalto ad una riforma epocale, appannata da micidiali e costanti attacchi, vent’anni fa abbiamo deciso di rafforzare la nostra appartenenza al mondo del sindacalismo confederale, scegliendo di marcare con chiarezza la nostra identità. La nostra adesione ai valori fondanti della CGIL, tra i quali la solidarietà in una società senza privilegi e discriminazioni, il benessere equamente distribuito, il diritto al lavoro, il riconoscimento delle differenze, le pari opportunità di vita e di crescita per nativi e migranti, dovevano essere non solo rafforzati ma anche resi assai più evidenti. Per questo vent’anni fa abbiamo fondato il SILP CGIL, con l’obiettivo politico - come recita il nostro statuto - di modificare gli articoli 82 e 83 della Legge 121/81, per la realizzazione di piene libertà sindacali.

L’attività sindacale è difficile e lo è, ancor di più in Polizia, in particolare, quando si è portatori di determinati valori e sensibilità che ci fanno sentire una vera e propria categoria di lavoratori appartenenti a una grande confederazione. L’essere Cgil ci ha permesso di esprimere sempre la nostra posizione su ogni tema e argomento anche il più complesso, quale il reato di tortura o gli identificativi di Polizia, spingendoci a partecipare alle iniziative con Patrizia, mamma di Federico Aldrovandi, e nei dibattiti su Stefano Cucchi. Non ci siamo sottratti nel dire la nostra sui diritti civili presenziando in quelle piazze animate e gioiose ove abbiamo portato le nostre bandiere, come pure a difesa dei diritti degli ultimi a Casal Bruciato e Tor Bella Monaca.

Su questo solco, fin dal 2016, abbiamo stigmatizzato l’uso della divisa da parte di un preciso esponente politico definendola, all’epoca, un’occhiuta operazione di marketing, i cui risultati abbiamo oggi sotto gli occhi anche grazie a chi confonde le Istituzioni parlando di “legame indissolubile tra Polizia di Stato e Lega”. Su questo ci siamo già ampiamente pronunciati ma vogliamo ripeterci: “giù le mani dalla Polizia”!

Chi oggi continua ad indossare irrispettosamente la nostra divisa, stavolta da Ministro, è la persona che noi abbiamo fortemente criticato quando, nel 2015, ha fatto salire esponenti di CasaPound sul palco della Lega in Piazza del Popolo a Roma. Questo perché, l’aver lanciato “messaggi securitari in felpa” non ha purtroppo scandalizzato i molti ma ha di certo contribuito ad inasprire l’odierno clima tanto che la percezione dell’insicurezza si sta man mano sempre più affermando come una vera e propria “realtà alternativa” all’interno Paese. Ciononostante si registri un meno 25% di delitti tra il 2010 e il 2017, con un meno 80% degli omicidi e un meno 26% dei reati di criminalità predatoria. Tanto da poter affermare che oggi nel nostro Paese i reati hanno raggiunto i livelli più bassi dall’unità d’Italia. Peraltro, il deficit culturale e di opportunità patito dal Paese non fa che contribuire ad aumentare, una simile percezione. Sorge infine spontanea una domanda: Siamo in presenza di un fenomeno di una ferocia così inaudita che si abbatte su inermi cittadini ai quali lo Stato, per mezzo delle Forze dell’Ordine, non saprebbe garantire la giusta sicurezza per cui si rendono necessari tali e tante leggi che prendono la denominazione “Sicurezza”? Assolutamente no, ma le ricette facili a problemi complessi abbondano soprattutto se devono eludere, “sviandoli”, dai problemi veri, vedasi le difficili risposte sui temi del lavoro. Generare ansia svia dai problemi reali e dall’oggettività tanto che la paura può essere una risorsa per la legittimazione politica e la costruzione del consenso.

L’enfasi sulla criminalità distoglie dalle preoccupazioni crescenti. Incanalare le paure e le frustrazioni verso un nemico riconoscibile che diviene facile bersaglio è in fondo il “fine” della securizzazione. Un simile vortice di promesse di mirabolanti soluzioni e poco realistici risultati, ha infatti portato ad innescare una perversa spirale normativa che partendo dall’immigrazione, passando per la giustizia e l’anticorruzione, il terrorismo, il degrado urbano e le manifestazioni pubbliche, rischia oggi di risucchiare, loro malgrado, anche le FF.PP.. Come tutti i pubblici dipendenti, i Poliziotti hanno promesso e giurato fedeltà a Repubblica e Costituzione con la frase: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato, di adempiere ai doveri del mio ufficio nell’interesse dell’Amministrazione per il pubblico bene ” Sono ovviamente comprese anche le Convenzioni ed i Trattati di diritto internazionale. Ma esistono anche altri valori e comportamenti di cui spesso non si parla ma che invece costituiscono un elemento fondante nella cultura degli operatori della sicurezza e nel loro operare quotidiano. IL RISPETTO che si manifesta nelle sue varie forme: verso le persone, verso il gruppo di cui si fa parte, verso noi stessi;

L’IMPARZIALITA’ che caratterizza l’azione degli organismi della sicurezza e si manifesta nel riconoscimento del pieno rispetto nei confronti di ogni persona senza alcuna discriminazione;

LA TERZIETA’ che si concretizza con un atteggiamento di rigorosa neutralità delle forze di polizia rispetto ai portatori di istanze politiche; LA TUTELA delle persone fermate che implica la salvaguardia della loro integrità fisica e psichica;

L’USO DELLA FORZA che deve avvenire, quale extrema ratio, esclusivamente nel rispetto della legge e deve essere proporzionato in considerazione degli obiettivi da raggiungere.

 

All’appartenente alle FF.PP. non è consentito esprimere sottili distinzioni tra legalità formale e sostanziale delle “bizzarre” norme fugacemente transitate dalle aule parlamentari, se esse sono vigenti è tenuto ad applicarle, come pure i provvedimenti amministrativi, vedasi ad esempio la recente ordinanza del Prefetto di Firenze sul Daspo urbano. L’attuale clima di inasprimento delle relazioni sociali, che vede nella sola repressione di condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i desiderata di chi governa (sequestro telefonino, rimozione striscioni, etc), rischia di portare alla strumentalizzazione delle FF.PP., viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento. Non si può dunque permettere che la sicurezza venga usata a mo’ di clava quale strumento di repressione del conflitto e del dissenso. Il SILP si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela di tutte le persone e della civile convivenza, bene supremo per uno Stato ed il suo popolo nella più ampia accezione. Non a caso il motto della Polizia di Stato è privo, al contrario di altri, di connotazione drammatica o violenta ma carico di austera solennità “Sub Lege Libertas”, ovvero “Sotto la legge la libertà”, per significare l’importanza dei valori che incarna l’Istituzione, valori che devono ispirare le azioni di tutti i suoi appartenenti.

Come è stato acutamente fatto rilevare che mentre lo stato liberale è basato sulla certezza del diritto lo stato democratico si fonda sulla certezza, quindi sull’effettività, della tutela dei diritti. Il senso del dovere, l’etica del servizio, la deontologia professionale, devono essere costantemente illuminati dal rispetto della legalità e di quei diritti inviolabili di cui la nostra Costituzione, a partire dall’art.2, deve essere costante riferimento e guida. La formazione in tal senso assume un valore strategico tra il personale. In un simile contesto non ci è stato troppo difficile neppure affermare che i poliziotti non possono essere che antifascisti - ci è sembrato giusto ribadirlo perché non lo avevamo finora mai sentito dire a gran voce - . Questo nostro metterci la faccia ci ha fatto anche pagare qualche prezzo ma non ci ha mai impedito di denunciare il rigurgito di fenomeni neonazisti e neofascisti nonché taluni episodi di intolleranza e di razzismo verso il diverso. Al punto che, durante questa campagna elettorale ci siamo spinti a chiedere di abbassare i toni ad incominciare da chi, nel Paese, ha la massima responsabilità dell’ordine e della sicurezza pubblica. Purtroppo, finché la sicurezza non diventerà un argomento di discussione seria - individuando le risorse, gli obiettivi, anche alla luce dei tagli, e sottraendola dall’essere unicamente argomento di campagne elettorali - mai faremo il bene comune perché male fa alla collettività la speculazione rispetto a determinate vicende come ci dimostra il 150% in più dei crimini a sfondo razziale commessi nel nostro Paese dal 2013 al 2017.

Non si può produrre reale sicurezza se non si opera all’interno della legalità perché senza legalità non esiste pace sociale e certezza del diritto. Operare nella legalità è per tutti, ma soprattutto per le Forze dell’ordine, un imperativo categorico a cui non ci possiamo sottrarre mai, in nessuna circostanza. Abbiamo spesso criticato ogni esecutivo a prescindere dal colore politico in relazione alle mancate risposte e ai diritti negati al nostro personale. Oggi il problema che si pone non è più, solo ed esclusivamente, di natura contrattuale o di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei nostri lavoratori, il problema oggi è come tenere unite democrazia, valori e diritti all’interno di chi esercita una professione di aiuto e di servizio alla cittadinanza a garanzia di tutti e, in particolare, delle fasce più deboli della collettività.

Per fare in modo che la gestione della sicurezza (quella tutelata dalla costituzione) torni appieno nella mani dei cittadini è, ancora una volta, impellente e necessario che si muova tutta la società civile ed è fondamentale che il SILP e la CGIL si pongano alla testa di un movimento che promuova un nuovo modello di sicurezza, assolutamente distante ed alternativo da quello che ci viene proposto in questi giorni.

 

 Daniele Tissone segretario generale Silp Cgil

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