Periodico di informazione delle Forze Armate, Forze di Polizia e Pubblico Impiego

A quanto pare ci si è accorti che il sistema sicurezza italiano (come il resto della PA) è pieno di inefficienze e sovrapposizioni[1] ereditate da decenni di mancate/sbagliate riforme.

Dopo 6 anni di tagli lineari e politiche emergenziali, si inizia a discutere di riforme strutturali del comparto. E questa non è una cattiva notizia.

A preoccupare, semmai, è che il dibattito è relegato solo alla questione: “cinque Forze di Polizia sono troppe, si pestano i piedi e costano troppo”.

Si pensa solo a sciogliere, accorpare o fondere utilizzando quale unico criterio la forma di organizzazione (i militari con i militari ed i civili con i civili) e magari anche il “peso” politico delle amministrazioni interessate (via quelle più deboli !). Senza che nessuno metta in discussione la più macroscopica delle duplicazioni: quella tra Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, che svolgono gli stessi compiti senza nessuna distinzione né funzionale, né territoriale.

Sinora, infatti, nessuno tra politica, mondo accademico e media, ha approfondito le problematiche del comparto. Ci sono duplicazioni, vero, ma anche altre gravi criticità che purtroppo rimangono ancora confinate nell’ambito degli addetti ai lavori:

assenza di una chiara distribuzione di competenze funzionali e territoriali tra Arma dei Carabinieri e Polizia di Stato;
modelli di governance antiquati;
piante organiche (per numero, figure professionali e distribuzione sul territorio) disegnate in epoche in cui l’informatica non esisteva ed i mezzi di comunicazione erano decisamente inferiori;
strutture elefantiache con tre, quattro, cinque livelli gerarchici di comando, coordinamento ed amministrazione (per un addetto in strada ce n’è almeno un altro nelle retrovie) che non garantiscono la necessaria velocità di azione ed allontanano dalla realtà operativa chi deve assumere le decisioni;
dinamica delle carriere e della retribuzione fondamentale basata quasi esclusivamente sull’anzianità;
retribuzione accessoria scollegata dai risultati e legata a indennità pensate negli anni ‘70 e ’80, che costringono il personale a fare enormi sacrifici (straordinario, notturno, ordine pubblico, navigazione ecc.) per guadagnare ciò che ad altri impiegati pubblici è remunerato come “premio di risultato”;
un sistema di regolazione, rigido, unitario uguale per tutti (dal fante al finanziere) che non prevede la contrattazione integrativa e non consente di rispondere alle esigenze e valorizzare le specialità delle singole amministrazioni;
obiettivi (e quindi risultati) legati esclusivamente alla repressione.
Un sistema anacronistico che mortifica l'impegno e non premia il merito, spreme pochi (in particolare i più giovani e produttivi) e spalma i benefici su tutti (in particolare sui più anziani), non permette di aumentare i rendimenti e di incidere sui fenomeni (illegalità) e non solo sui sintomi (illeciti).

Va bene razionalizzare, accorpare, ecc., ma bisogna che il tutto sia incluso in un progetto organico di riforma che risolva queste criticità, altrimenti vi è il rischio, non solo di mantenere le inefficienze, ma anche di non ridurre i costi.

Al Governo, al Paese ed al personale (se vuole avere una qualche speranza di mantenere/aumentare le proprie retribuzioni) servono soluzioni strutturali e finanziariamente sostenibili. E’ arrivato il momento di finirla (tutti) con la logica che le riforme belle sono solo quelle che riguardano gli altri.

Gianluca Taccalozzi

Delegato Co.Ce.R. – Guardia di Finanza.

Argomento: 
Attualità e Politica