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Oltralpe dall’inizio dell’anno già 28 agenti si sono tolti la vita, in Italia dall’avvio del 2019 i casi sono stati 7. Dal 2010 al 2018 252 casi. Il decreto Gabrielli e l’Osservatorio permanente interforze sui suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine.

Suicidi in aumento tra le forze dell’ordine, in Italia ma anche in altri paesi europei. Un dato eclatante, proveniente dalla Francia, ha creato allarme: dall’inizio dell’anno sono 28 gli appartenenti alle forze dell’ordine che si sono tolti la vita oltralpe. Un fenomeno che ha indotto gli organismi sindacali francesi a chiedere un incontro urgente al ministro dell’interno Christophe Castaner, già presidente di “La République en marche” (Lrem) e uomo di fiducia del presidente Macron. Nel 2018, 35 poliziotti et 33 gendarmi (l’equivalente dei carabinieri) si sono suicidati, secondo le cifre del ministero dell’Interno, che ha annunciato un’accelerazione del piano di prevenzione dei suicidi, la creazione di un numero verde e di una “cellula di precenzione suicidi”.

 

Incremento della casistica

Anche la situazione in Italia non è rosea: stando a dati fornitici da fonti sindacali (Silp-Cgil), «Dall’inizio dell’anno ad oggi i casi di suicidio nell’ambito delle forze di polizia sono in forte aumento: 7 da gennaio ad oggi, contro una media che si attestava su 9-10 casi l’anno. Si tratta di dati che non comprendono i suicidi all’interno dei carabinieri e di altri corpi, in quanto le forze militari non forniscono elementi in materia». Esistono poi altri dati, anch’essi inquietanti. L’associazione Cerchio Blu, una Ong che si occupa di problematiche legate alle forze di polizia, parla di circa 250 morti nell’arco di tempo tra il 2010 e il 2018 e nell’ambito di tutti i corpi esistenti, inclusi gli agenti delle polizie locali. Cifre impressionanti. Daniele Tissone, segretario generale della Silp-Cgil, spiega: «Le case che concorrono a generare l’aumento dei suicidi tra le forze dell’ordine sono numerose. Una è data dalla sindrome di burn-out relativa ai turni pesanti e all’impegno crescente degli agenti di fronte alle nuove esigenze della sicurezza collettiva. Si opera con organici sempre più ridotti: mancano circa 12.000 poliziotti, perché se in passato eravamo circa 110.000 ora siamo in 98.000. Certo i francesi hanno un tasso di suicidi molto più alto del nostro, ma anche da noi la situazione non è facile: bisogna tenere presente che a causa del mancato turnover la nostra polizia è la più vecchia d’Europa. In ragione del Decreto Sicurezza gli agenti si trovano ad affrontare problematiche che vanno dalla criminalità mafiosa - la più alta d’Europa - ai flussi migratori, con 6/7.000 agenti dedicati alle pratiche di regolarizzazione, dagli stalking ai femminicidi, agli sgomberi per gli sfratti, alle carceri, ai treni, alle manifestazioni di protesta»

Stress e sfide complesse

Di fronte a queste sfide lo stress aumenta; rivela la Silp: «Il regolamento disciplinare prevede giustamente che, se un agente segnala una condizione di forte stress o di depressione, gli venga subito tolta la pistola e le manette, ma anche la patente e il tesserino, che per noi è un forte elemento identitario. Tutto questo viene vissuto male e così il malessere non viene denunciato: il nostro è ancora un ambiente piuttosto macho, in cui chi si commuove di fronte a un fatto che coinvolge un bambino o alla scena di un delitto viene guardato con sospetto». La responsabilità di portare con sé una pistola determina uno stress che può condurre al suicidio o - come è accaduto in numerosi casi - in ferimenti e omicidi di congiunti. A complicare la condizione degli agenti di polizia l’introduzione del Taser, la pistola elettrica: quest’arma che va ad aggiungersi alla pistola di ordinanza crea una responsabilità in più nell’operatore, che la deve usare con particolare attenzione per evitare incidenti che possono essere anche mortali. «Nell’uso del Taser noi agenti portiamo comunque una responsabilità civile: se una persona cade e muore o se è cardiopatica e fa un infarto la famiglia ci può fare causa», spiega Tissone.

La polizia penitenziaria

Particolarmente difficile la situazione degli agenti che lavorano nelle carceri. Giovanni Battista De Blasis, dirigente del Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) e autore di Polizia Penitenziaria spiega: «La copertina del nostro ultimo numero si intitola “Il mal di vivere dei poliziotti penitenziari” e parla proprio del tema dei suicidi, che vede una casistica particolarmente alta nella nostra professione: se il tasso dei suicidi in Italia è dello 0,60 per mille nella popolazione normale, esso sale all’1 per mille tra gli agenti di polizia e all’1,30 per mille tra gli agenti di polizia penitenziaria. Pur essendo esposti a un ambiente difficile e a turni anche di 12 ore, noi non disponiamo nemmeno, come invece avviene per la polizia di Stato, di uno psicologo all’interno della Polizia penitenziaria. La pressione è alta, il rischio di crollare è reale». Più in generale, dal 2010 al 2018 sono stati registrati 252 episodi di suicidio tra gli operatori delle Forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria, Polizia Locale) con un’incidenza di 9,8 casi su 100mila appartenenti alle varie istituzioni, a fronte dei 5 casi per 100mila abitanti registrati tra la popolazione.

Il decreto Gabrielli e la nascita dell’Osservatorio

Per contrastare questo preoccupante fenomeno, a febbraio è nato l’Osservatorio permanente interforze sui suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine (Onsfo). L’organismo, creato con un decreto firmato dal capo della Polizia Franco Gabrielli, svilupperà iniziative per accrescere il benessere del personale e per una «migliore gestione delle eventuali difficoltà che possono sorgere in attività di servizio, promuovendo anche lo studio di specifici percorsi di sensibilizzazione». L’Osservatorio si compone di rappresentanti della polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza e Polizia penitenziaria. Nel decreto si considera che l’incidenza dei suicidi tra e forze di polizia è «da sempre tenuto nella massima considerazione dalle amministrazioni» e si sottolinea l’esigenza di «una costante attenzione» anche «in termini di approntamento di procedure, strutture ed interventi per intercettare il disagio professionale e personale, gestendone gli effetti al fine di evitare accadimenti autolesivi o autosoppressivi». La questione affrontata nel provvedimento del Prefetto Gabrielli si collega anche alla Direttiva sul Benessere Organizzativo nella Pubblica Amministrazione, promulgata il 23 marzo 2004 dall’allora Ministro della Funzione Pubblica Luigi Mazzella.

FONTE: CORRIERE.IT

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