Periodico di informazione delle Forze Armate, Forze di Polizia e Pubblico Impiego

  

È un disturbo diffuso, ma ancora poco noto. Colpisce i soldati di ritorno dal fronte: in particolare dalle missioni in Afghanistan e Iraq. Talvolta spinge fino al suicidio. La Difesa riconosce diversi casi, ma ammette che il fenomeno è sottostimato. Tra le vittime anche le forze di polizia

«Nella notte si è alzato frequentemente dal letto, ed impugnata la baionetta si avviò per uscire dall’ospedale dicendo che vi erano dei compagni che l’attendevano fuori. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, disse di non ricordarsi più nulla». Così si legge nella cartella clinica di un giovane soldato ricoverato dal fronte. È il 2 gennaio 1916, l’Italia è da poco entrata nella Grande Guerra. A Ferrara, nelle retrovie, il professor Gaetano Boschi ha appena trasformato l’antica Villa del Seminario in un ospedale militare all’avanguardia. Un centro specializzato in quello che già allora appariva come un nuovo disturbo neurologico: la nevrosi traumatica da guerra. Nel centro ospedaliero vengono accolti i soldati italiani reduci dalla vita di trincea. Truppe e ufficiali marchiati da invisibili, ma evidenti, cicatrici ereditate dalle esperienze belliche. Accessi catatonici, crisi epilettiche, paralisi e perdita della parola, enormi attacchi di panico. Patologie nate sotto i bombardamenti e durante le carneficine in prima linea.

A un secolo di distanza, il progresso scientifico va avanti. Oggi la medicina si occupa dello stress post-traumatico che spesso colpisce i soldati di ritorno dal fronte. È una patologia comune, diffusa anche nel nostro Paese. Eppure ancora poco conosciuta. Dall’Iraq all’Afghanistan, le missioni militari internazionali degli ultimi anni hanno visto aumentare l’incidenza del disturbo. Ancora una volta l’esperienza del combattimento e il dramma della guerra lasciano nei militari segni profondi, talvolta molto difficili da superare. In alcuni Paesi il fenomeno è così diffuso da aver assunto il profilo di un allarme sociale. Secondo alcune stime, negli Stati Uniti almeno il 20 per cento dei reduci da teatri operativi accusano sintomi di post-traumatic stress disorder. Un fenomeno che nei casi più estremi si lega a una drammatica conseguenza: la diffusione dei suicidi.

 

I nostri soldati sono tutelati? Difficile trovare statistiche in merito. Stando a quanto denunciato un paio di anni fa da alcuni dirigenti del sindacato di Polizia Consap, nel decennio 2003-2013 ci sarebbero stati 241 suicidi tra i membri delle Forze Armate italiane, di cui 149 carabinieri. Nei primi mesi della legislatura, il deputato Marco Marcolin, all’epoca iscritto al gruppo della Lega Nord, ha presentato un’interrogazione per chiedere spiegazioni al ministero della Difesa. Quanti sono i nostri militari affetti da stress post-traumatico? Il ministero tranquillizza, assicura che l’attento reclutamento e l’addestramento permettono di arruolare personale idoneo, comunque monitorato per verificare il mantenimento delle necessarie condizioni psicofisiche e attitudinali. Eppure anche da noi il fenomeno esiste. Nel 2013, stando ai dati della Difesa, si erano già registrati almeno una trentina di casi. «Agli atti dell’Osservatorio Epidemiologico della Difesa sono presenti 16 casi, di cui 3 nel 2007, 9 nel 2008, 1 nel 2010 e 3 nel 2011». A cui vanno aggiunti altri 16 casi, che «risultano estrapolati dai ricoveri (post-sgombero da teatro operativo estero) presso il Celio».

Numeri sicuramente più bassi rispetto alle Forze Armate di altri paesi alleati. Eppure il fenomeno resta difficile da quantificare. Ecco il dramma: il disturbo post-traumatico da stress è una malattia sconosciuta, spesso nascosta. Lo stesso ministero riconosce la possibilità che sia sottostimata, proprio per la mancata segnalazione da parte dei militari coinvolti. Nel nostro esercito ci sarebbe la «tendenza da parte del personale - si legge nella risposta depositata a Montecitorio - ad occultare/dissimulare il disturbo, al fine di evitare provvedimenti medico-legali». E i suicidi? «Con la sospensione del servizio di leva obbligatorio il fenomeno si è sostanzialmente ridotto a valori non statisticamente rilevabili» si legge. Un dato positivo, certo. Legato all’incremento del numero di psicologi e psichiatri che seguono le varie fasi della vita dei nostri soldati: dalla selezione agli accertamenti prima dell’invio in teatro operativo. Eppure ci sono morti anche tra i militari italiani. Nel documento depositato quattro anni fa alla Camera il ministero della Difesa cita solo dati parziali, riferiti all’Arma dei Carabinieri. Tra loro risultano 4 casi di suicidio avvenuti entro due anni dall’impiego in Afghanistan o in Iraq.

Pochi giorni fa la commissione d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito ha organizzato in Senato un convegno sullo stress post-traumatico dei nostri militari. Durante la giornata di incontri è intervenuta il capitano Isabella Lo Castro. Ufficiale psicologo dello Stato Maggiore Difesa, conosce bene questa realtà. In passato ha lavorato, ad esempio, con gli operatori sanitari impegnati nei primi soccorsi a Nassiriya, in prima linea dopo l’attentato che nel novembre 2013 costò la vita a 28 persone. Ma non c’è solo il fronte. Il disturbo post-traumatico da stress può insorgere in caso di combattimenti e scontri a fuoco, certo. Ma anche per incidenti durante l’addestramento. Altre volte è legato alla partecipazione del personale militare a determinati eventi, siano disastri naturali o un’emergenza umanitaria. Nel 2013 il capitano Lo Castro si è trovata a lavorare con i nostri militari di stanza a Lampedusa, coinvolti nelle operazioni di soccorso e nella ricomposizione delle vittime in seguito al drammatico naufragio che costò la vita a quasi 400 migranti.

 

Militari, ma non solo. Il disturbo post-traumatico da stress interessa anche il personale delle forze di polizia. Anzi, «vi sono alcune dinamiche che possono renderlo più insidioso e comportare problemi spesso insormontabili anche in termini di riconoscimento degli indennizzi», racconta il dirigente superiore medico della Polizia di Stato Fabrizio Ciprani, anche lui presente al convegno. Il tipo di servizio quotidiano mette gli agenti di polizia nelle stesse condizioni dei soldati. «Il personale è esposto in maniera continuativa ad eventi psicotraumatici di natura cronica, quali la frequentazione di ambiti degradati, il venire a contatto con realtà difficili e individui sofferenti, la necessità di un costante stato di allerta e di tensione». La malattia è un rischio sempre presente. E ancora una volta è difficile capirne la reale diffusione. La paura di perdere il posto, ma anche di una semplice sospensione dal servizio, spinge spesso a comportamenti di dissimulazione. Talvolta chi è coinvolto tende a nascondere i disturbi per paura di compromettere la propria idoneità al servizio, ma così facendo peggiora la situazione.

A colpire, ancora una volta, sono i dati dei suicidi. «Un fenomeno diffuso e trasversale» scriveva due anni fa in un’interrogazione il senatore grillino Vito Crimi. Denunciando un tasso di decessi notevolmente più alto rispetto alla media della popolazione. Una strage silenziosa. Lo scorso 15 settembre il governo ha fornito i dati relativi al periodo 2009-2014. Nel quinquennio in esame si sono registrati 62 suicidi tra gli operatori della Polizia di Stato. In quasi tutti i casi chi si è tolto la vita ha usato la pistola di ordinanza. L’età media delle vittime? 44 anni. Nello stesso periodo 92 casi hanno riguardato appartenenti all’Arma dei Carabinieri. E 45 suicidi hanno interessato personale della Guardia di Finanza. Dinamiche diverse, ma un allarme comune. Anche per questo, negli anni, la Direzione centrale di sanità del Dipartimento della pubblica sicurezza ha attivato numerose iniziative per la prevenzione e la gestione del disagio psichico del personale della Polizia di Stato.

Fonte: http://www.linkiesta.it

Argomento: 
Attualità e Politica